Siete mai entrati in quei gruppi Facebook in cui modelle e fotografi pubblicano annunci?
Se siete aspiranti modelle, fatevi un giro.
Ne vedrete delle belle.
Io ci pubblico con una certa regolarità. Non perché abbia trovato grandi lavori — ma si sa, la speranza è l’ultima a morire.
Questi gruppi sono frequentati da fotografi, pseudo-fotografi, amatori (alcuni anche molto bravi, va detto), e poi ci sono quelli che in gergo vengono chiamati MDF — vi lascio il piacere di decifrare l’anagramma.
E infine curiosi, spettatori silenziosi e uomini che utilizzano gruppi nati per il lavoro come se fossero categorie di Pornhub.
Di fotografia editoriale, moda, commerciale o ritrattistica c’è poco spazio.
Il monopolio è occupato da annunci di shooting a base di patate, pesche e pere. Di ogni foggia e dimensione.
Sia chiaro: io adoro il boudoir, la nude art, il glamour.
E dentro quei gruppi ci sono modelle over straordinarie che fanno boudoir di grandissimo spessore, intenso, potente, spesso apprezzatissimo.
Donne che nessuno si sognerebbe di denigrare.
Ma sono l’eccezione.
Forse perché possiedono un livello di fiducia in sé stesse che trapela da ogni scatto, da ogni sguardo e da ogni posa.
Quello che non amo, in quei gruppi, è lo sguardo predatorio con cui vengono commentate molte altre donne che scelgono questi generi.
Sembra di stare dal macellaio. E noi siamo pezzi di carne da valutare, gustare, scartare.
La maggior parte degli utenti uomini in quei gruppi è completamente avulsa dal vero senso del fotografia. Sono abituati a un unico immaginario, quello che vedono scorrere lì dentro.
E così spuntano commenti come funghi:
“Dopo i venticinque anni non puoi farti chiamare modella.”
“A quell’età hai il coraggio di chiedere un pagamento?”
“Ma ti sei vista? Voglio vedere chi ti vuole fotografare!”
Io non lo sapevo di essere scaduta.
Da buttare.
Irrancidita come latte fuori dal frigo.
Meno male che ci sono loro a ricordarmelo.
E poi le faccine.
Quelle che ridono di scherno se non rientri negli standard che loro ritengono adeguati: poppe enormi, vitino da vespa, sedere voluminoso, labbra gonfie, capelli domati, ventre piatto.
In questi gruppi alle donne non è concesso invecchiare.
Non è concesso portare addosso i segni della propria storia.
Non è concesso essere diverse.
Non è concesso chiedere un pagamento.
Perché se lo fai sei “vecchia”.
Se fossi davvero professionista saresti in agenzia.
Se fai nudo non puoi pretendere rispetto.
E c’è sempre qualcuno pronto a minacciare controlli dell’Agenzia delle Entrate, come se il problema fosse la tua fattura e non il loro sguardo.
È anche per questo che ho aperto questo blog.
Per provare a cambiare, anche solo di poco, la narrazione.
Per guardare oltre.
Per aprire nuove dinamiche in cui il corpo delle donne non sia soltanto oggetto.
Ma soggetto.
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